La riforma dell’art.9, “l’innocuo” Cavallo di Troia che minaccia il paesaggio italiano 

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Lo scorso 9 febbraio la Camera dei Deputati ha approvato, dopo l’approvazione in Senato, una revisione della nostra Costituzione considerata “epocale”, aggiungendo un terzo comma all’articolo 9 della Costituzione ( [La Repubblica] “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”) e modificando l’articolo 41 nei commi 2 (l’iniziativa economica privata non può recare danno “alla salute e all’ambiente“) e 3 (l’attività economica può essere indirizzata anche a fini “ambientali“).
È stato sin da subito un furore di entusiasmo contagioso, inevitabile nell’era social fatta di contenuti ipersemplificati e di parole totem dal grande impatto emotivo, e “Ambiente”, in tempi di emergenza climatica, costituisce forse la più potente di tutte. Impossibile, dunque, che la peggior classe politica della storia repubblicana non se ne appropriasse per riacquisire un po’ di quel consenso che ogni giorno vede disperdersi come sabbia nelle sue mani.
Ma questa, come del resto tutte le parole simboliche, dietro un’apparente univocità semantica porta con sé il dramma di tante interpretazioni radicalmente conflittuali tra loro, che ogni giorno il territorio italiano vede scontrarsi nel campo della giustizia amministrativa.


Lasciando da parte, in questa analisi, la pur ricchissima di conseguenze modifica dell’art.41, è opportuno concentrarsi sulla riforma quell’articolo 9 che, apparentemente, si potrebbe considerare l’ennesimo innocuo caso di uso propagandistico e simbolico del diritto ma che può in realtà aver introdotto in Costituzione un elemento pericoloso etutt’altro che pacifico nel giudizio di valore, come invece la narrazione mediatica pretende di rappresentare. 
Con riguardo all’inutilità intrinseca della riforma, è necessario sottolineare come l’intervento delle Camere non cambierà assolutamente nulla in termini positivi nella tutela ambientale. Grazie alla combinazione di art.9 (tutela del paesaggio) e art.32 (diritto alla salute), già dagli anni ’80 la Corte Costituzionale ha incluso il valore ambientale tra i valori primari da tutelare, interpretandolo come “elemento determinativo della qualità della vita” (sent.641/1987).


Il riferimento all’articolo 9, questa declinazione della tutela ambientale in senso paesaggistico, sono conseguenza diretta della genetica costituzionale dell’Italia, l’unica nazione europea ad aver incluso la tutela del “valore estetico-culturale del territorio” (sent.151/1986) tra i principi fondamentali della Costituzione. Il merito di questa unicità va dato alla forte volontà di Concetto Marchesi e Aldo Moro, rappresentanti di due generazioni lontane e di ideologie mai come allora agli antipodi, che però furono concordi nel riconoscere nell’unicità italiana del binomio paesaggio-cultura, frutto di una sedimentazione plurimillenaria, uno dei fattori che maggiormente hanno costruito l’identità nazionale.


Come se non bastasse l’interpretazione giurisprudenziale, già nel 2001 la tanto dibattuta riforma del Titolo V della Costituzione ha inserito nel Testo “la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali tra le materie di esclusiva competenza legislativa statale (art.117 comma 1 lett. s); una riforma nefasta per tante ragioni e che però, almeno fino alla reiterazione di ieri, aveva il pregio di ricordare ai più distratti la presenza della tutela ambientale nella Carta. Oggi ha perso pure questa funzione di bandiera lasciando dietro di sé solamente un mucchio di rovine, tant’è che si discute di un correttivo se non proprio di un ritorno al testo originario.


Con riguardo, invece, alle potenzialmente pericolose conseguenze della riforma, occorre innanzitutto notare che per la prima volta è stato modificato uno dei primi dodici articoli della Carta, ritenuti da molta dottrina e giurisprudenza immodificabili, spalancando le porte a conseguenze per la maggior parte ignote, considerato che questi articoli costituiscono l’ossatura della Repubblica e che, come vedremo a breve, dietro interventi apparentemente migliorativi si nascondono spesso minacce ben precise a valori civici oggi più o meno velatamente considerati come ostacoli dalla classe dirigente.
Venendo al merito, è impossibile non notare in questa riforma, che ad un occhio superficiale (se non in malafede) può sembrare apolitica, “da anime belle”, l’arma d’avanguardia di quell’arsenale che ogni giorno interessi economici sempre più ingenti lanciano in attacco contro il paesaggio italiano.
Un attentato subdolo, mirato e per niente casuale, un pericolosissimo “Cavallo di Troia” entrato tra le mura dell’art.9 usando come scudo un’opinione pubblica sempre più indolente
L’operazione va avanti da decenni col consenso trasversale di tutto l’arco politico, spinta mediaticamente dagli interessi sempre in crescita dei colossi del rinnovabile, molti dei quali appartengono alle schiere dei “convertiti sulla via di Damasco” della Green Economy che, dopo aver fatto le loro fortune sul fossile, si sono lanciati nel mare dei finanziamenti pubblici che foraggiano l’industria della millantata “transizione ecologica”. Gli occhi di questi supereroi dal mantello verde si sono dunque lanciati alla ricerca di territori a basso costo (e privi di precedenti opere umane di cui farsi carico) su cui impiantare ettari su ettari di pale eoliche e pannelli solari. Il territorio vergine ed economico è diventato il nuovo oro dell’era green, e nella piccola proprietà iperframmentata tipica dell’Italia rurale appenninica e meridionale (spesso in mano a proprietari disposti a dar via i terreni per pochi spiccioli) questi gruppi d’interesse hanno trovato l’Eldorado che gli spagnoli credevano fosse in America. 
Ma queste proprietà insistono spesso in zone di elevato pregio naturalistico, paesaggistico o culturale, come naturale conseguenza di quella capillare stratificazione plurimillenaria unica al mondo esaltata dai padri costituenti, ed ecco emergere tutti i conflitti radicali che infiammano tra imprese installatrici e le comunità che vivono nei paraggi di questi mastodontici parchi eolici/solari e che si ritrovano a dover difendere dalle colate di cemento la propria identità territoriale permeata in questi luoghi.
Caso eclatante e recente è quello della Tuscia viterbese, una delle zone più ricche di Verde (quello vero) dell’intero centro Italia, di cui oltre 2mila ettari (molti occupati da boschi) sono minacciati da cinquanta progetti gemelli di installazione di impianti fotovoltaici sostenuti dalla regione Lazio.
Un problema che smette di essere esclusivamente culturalenel momento in cui ci si ritrova ormai da anni a dover fare, alla fine di ogni autunno, la conta dei danni derivanti dal maltempo, danni figli non solo del cambiamento climatico (come afferma la narrazione diffusa da chi ha interesse alle installazioni), ma anche e soprattutto della cementificazione selvaggia del territorio e del disboscamento, cause principali di allagamenti e smottamenti spesso disastrosi in un paese in cui il consumo di suolo sembra non conoscere mai crisi.
La resistenza contro questo devastante programma, realizzata da soprintendenze e giudici amministrativi, è stata progressivamente abbattuta da una legislazione che ha indebolito le prime e legato le mani ai secondi, come nel caso del D.L. Semplificazioni 77/2021 (che, agli artt. 30-32, limita esplicitamente i controlli paesaggistici ed i rimedi esperibili contro i progetti attuativi della transizione ecologica mediante la realizzazione di impianti rinnovabili) e di questa ultima riforma che ha il terribile sapore di una probabile “spallata” decisiva

Se, infatti, la Corte Costituzionale, riconducendo come due facce della stessa medaglia la tutela ambientale nell’alveo di quella paesaggistica, era riuscita finora a limitare l’aggressione al territorio, la loro separazione rende adesso questi due valori potenzialmente confliggenti in casi come quello della Tuscia. E nel clima politico attuale che vede nella “transizione ecologica” l’interesse dominante (di chi e per quali fini è presto detto), l’equilibrio del territorio diventa facilmente sacrificabile in un giudizio di bilanciamento, laddove si manifestasse o anche solamente si paventasse la necessità di interventi per “salvare l’ambiente”, poco importa che a conti fatti spesso il loro comune denominatore risieda esclusivamente nel cemento e nell’attrazione per gli incentivi pubblici

Proprio in questi casi emerge tutta la conflittualità di un valore mediaticamente presentato univoco e pacifico come quello dell’ambiente, visto da alcuni come una causa “facile”, bella e monetizzabile a cui convertirsi, e che ultimamente anche esponenti di rilievo di importanti associazioni ambientaliste hanno iniziato ad esporre come prevalente finanche sul paesaggio. Sono i sacerdoti della “transizione ecologica” ad ogni costo, il nuovo feticcio per cui si è disposti a dimenticare l’inscindibilità di questi due valori in un paese come il nostro, ad osteggiare l’operato delle soprintendenze che “ostacolano” la transizione e a definire“obsoleto” l’ambientalismo che combatte il cemento e difende l’identità culturale di un paese che soffre sempre più per la sua dissoluzione.

 
Nessun segnale, invece, sul fronte di un’auspicabile legislazione che incentivi la realizzazione di questi impianti (soprattutto dei fotovoltaici) nei tanti siti industriali e commerciali abbandonati o dismessi nel nostro paese, che nella sola Lombardia si stima occupino qualcosa come 1200 ettari. Si tratta però di interventi dispendiosi, impegnativi per i privati e per le amministrazioni, in quanto richiedono la stesura di seri progetti ed una programmazione amministrativa di ampio respiro. Alla luce di ciò, il motivo per cui non venga intrapresa questa strada è presto detto, è molto più economico per i privati invadere terreni vergini con progetti-fotocopia (eclatante il caso di refusi geografici sardi nella presentazione di un progetto per la Tuscia), molto più facile per un’amministrazione incapace semplificare ed autorizzare, e a questo punto non si può non dubitare che il reale interesse dietro queste pratiche sia quello ambientale.
«Chiediamo perdono alla memoria dei Vandali, per l’opinione comune che li calunnia: Roma e l’Italia sono state distrutte dai romani e dagli italiani. I vandali che ci interessano sono quei nostri contemporanei, divenuti legione dopo l’ultima guerra, i quali, per turpe avidità di denaro, per ignoranza, volgarità d’animo o semplice bestialità, vanno riducendo in polvere le testimonianze del nostro passato» sosteneva con la sua proverbiale fermezza il mai abbastanza compianto Antonio Cederna. Il suo era già un grido disperato, la voce più forte di quel coro di Cassandre, oggi debole ed escluso dal dibattito pubblico, che si dimena edenuncia inascoltato la minaccia entrata a Troia dentro l’innocuo cavallo di legno. “Temo i Greci, soprattutto se portano doni” fu il commento di Laocoonte dopo aver scagliato una lancia contro di esso, un monito a chi troppo facilmente si lascia entusiasmare per i “doni” fatti col supporto di chi, per decenni, ha contribuito a creare l’emergenza in corso, e che ora si offre“magnanimamente” di sanarla.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato, oltre che nella "Buona Novella".