La mafia ha paura dei giornalisti: sventato l’attentato a Borrometi

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Giancarlo Siani, Peppino Impastato, Pippo Fava sono solo alcuni dei nomi di grandi personaggi che hanno combattuto la mafia tramite l’informazione, il giornalismo e la denuncia con i mezzi mediatici a nostra disposizione come la radio.  Grandi personaggi di cui la mafia aveva paura e che ha ucciso, strappandoli ai cari, senza pietà, spesso davanti all’omertà di chi restava a guardare. La stessa mafia che ancora oggi esiste e persiste nelle nostre strade, detta regole e zittisce con ogni mezzo tutti coloro che cercano di denunciare le attività e tentano di debellarla, giornalisti e non solo.

Tra questi personaggi c’è anche Paolo Borrometi, direttore del sito d’inchiesta “La Spia” e collaboratore dell’Agi, da quattro anni sotto scorta, (dal 2014)dopo aver subito un’aggressione e una grave menomazione in seguito alle sue inchieste sulle attività e le infiltrazione mafiose nel siracusano.

Il giornalista è stato per anni vittima di minacce e da alcune intercettazione recenti è stato scoperto che doveva essere la prossima vittima voluta dal boss mafioso  di Cosa Nostra nella provincia di Siracusa, Salvatore Giuliano. “Fallo ammazzare ma c…. ci interessa” queste sono le parole del boss, l’ordine che avrebbe dovuto permettere al clan catanese dei Cappello di uccidere Borrometi.

L’ordinanza dell’operazione ha portato all’arresto di quattro persone tra cui Giuseppe Vizzini, un altro esponente mafioso che nelle intercettazioni ha avuto un dialogo con il boss mafioso:  “Su lurdu” afferma Vizzini e i Giuliano in risposta “lo so, ma questo perché non si ammazza, ma fallo ammazzare”. Questa affermazione del boss di Pachino risale all’8 Gennaio scorso mentre un mese dopo, nell’intercettazione del 20 Febbraio, Giuseppe Vizzini torna a parlare di Borrometi in modo minaccioso dicendo che “picca n’avi” (poco ne ha) e anche “Vedi, ti ho minacciato di morte. Ormai siamo attaccati da un giornalista, droga, estorsione, mafia, clan, quello, l’altro…”

L’intento era quello di mandare un messaggio, infondere paura a tutti coloro che volevano denunciare le azioni mafiose e a dirlo è Vizzini stesso:

“…se sballa… se sballa che deve succedere, picciotti. Cosa deve succedere, picciotti… casa affittata a Pozzallo, quindici giorni… via, mattanza per tutti e se ne vanno. Scendono una decina, una cinquina, cinque, sei catanesi, macchine rubate, una casa in campagna, uno qua, uno qua… la sera appena si fanno trovare, escono… dobbiamo colpire a quello, bum, a terra! E qua c’è un iocufocu (fuochi d’artificio, ndr)! Come c’era negli anni ’90, in cui non si poteva camminare neanche a piedi… Ogni tanto un murticeddu vedi che serve, c’è bisogno, così si darebbero una calmata tutti gli sbarbatelli, tutti i mafiosi, malati di mafia! Un murticeddu…”.

Il giudice Giulia Sammartino scrive nell’ordinanza che ha portato all’arresto di quattro persone per via di un attentato tramite un ordigno rudimentale ai danni dell’avvocato e Adriana Quattropani  in quanto legale, da curatore fallimentare, stava ponendo i sigilli a un distributore di benzina di Pachino. Questa è stata l’inchiesta che ha svelato il piano del clan Cappello. Tutti dovranno quindi rispondere di minaccia, violenza a un pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato, detenzione  e porto illegale di un ordigno esplosivo, aggravati da modalità mafiose.

Borrometi ha affermato che non vuole arrendersi e che è scioccato da quello che ha appreso, ringrazia i colleghi che hanno dimostrato solidarietà e l’Unci (Unione Nazionale Cronisti Italiani) quindi lancia un appello “Nessuno vuole fare l’eroe. Siamo solo giornalisti che vogliono continuare a raccontare quello che accade. Ci sono però dei problemi perché c’è un capomafia in libertà che ha fatto interviste dicendo che la mafia non esiste. Se uno dei principali giornali online di Ragusa parla di presunto boss, riferendosi ad una persona che è stata già condannata, qualcosa non va. Voglio fare un appello a tutti i colleghi, anche quelli che hanno responsabilità sindacali: se continuano a dire che la mafia non esiste, sono loro che mi stanno condannando a morte.”

Anche la Federazione nazionale della stampa (Fsni) mostra vicinanza e propone una “firma collettiva” sotto le inchieste del giornalista da ripubblicare su tutti i siti web di informazione e un’iniziativa pubblica da organizzare nei luoghi in cui sono state svolte le inchieste.  A Borrometi sono solidali anche UsigRai (Unione sindacale giornalisti Rai) e Articolo 21, un’associazione aperta e italiana che riunisce giornalisti, scrittori, registi, giuristi che si propongono di promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero. Il nome è riferito all’articolo 21 della Costituzione Italiana:

« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. »

 

ControVerso si unisce al cordone solidale nei confronti di Borrometi. Crediamo fermamente nella libertà di stampa e nella funzione sociale dell’informazione. Non bisogna temere ne la mafia e neanche i mafiosi. Denunciare, raccontare, informare è ancora oggi uno strumento contro chi vuole sottomettere i più deboli. Il silenzio è mafia e la mafia, ricordiamo “è una montagna di merda” e a noi tocca essere migliori.

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Christian Partenope

Christian Partenope, nato a Catania il 06-08-97.
Diplomato al liceo delle scienze umane di Scordia e attualmente studente di cinema e teatro e di Giurisprudenza alla Sapienza di Roma.
Seguo e partecipo alla vita politica, canto, scrivo per diletto e amore, ho la passione per i libri, il cinema e il teatro.