L’opera dei Pupi Siciliani – Alle origini di un’arte senza tempo

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Chiudete gli occhi e immaginate di essere un uomo o un bambino come tanti che dopo una giornata di lavoro come tante, passata nei campi o in miniera, non aspettano altro che l’imbrunire per fare ritorno a casa. 

Immaginate che di lì a poco avrete davanti agli occhi un tramonto come tanti, di quelli che tingono di rosso la pietra bianca di una cattedrale qualsiasi in un qualsiasi paesino che si affaccia sul mare. 

Cari lettori, immaginate per un attimo di essere diventati, anche solo per un giorno, quell’uomo o quel bambino vissuti oltre due secoli fa. Vi sareste forse tirati indietro dal barattare mezza forma di pane in cambio di un biglietto d’ingresso per uno spettacolo unico?

Ci troviamo in Sicilia agli albori dell’Ottocento e camminando tra le grandi piazze e i vicoli stretti di una città come Catania sentirete per l’aria il rumore di spade e scudi – ora cristiani ora saraceni – che si confondono con i lamenti di donne e cavalieri valorosi. A questo punto, sempre più incuriositi, vi sarete già lanciati all’inseguimento del vostro ‘cuntastorie’, ma per quanto possiate cercare in ogni angolo, questa sera non riuscirete a trovarlo. Eppure questo ‘Cunto’ dovrà pur venire da qualche parte!

Troverete particolarmente bizzarro che per le strade non ci sia nessuno, ma non dovete stupirvi. Quello che non sapete ancora è che, per la gente di quel tempo, questa è l’ora in cui le marionette armate attendono trepide l’inizio dello spettacolo. A breve ogni ‘maniante’ impugnerà i fili della propria marionetta e solo allora avrà inizio quell’opera che quanto più seduce tanto più spaventa: l’Opera dei Pupi Siciliani.

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(fonte: Sicilia’s – Opera dei Pupi)

Proclamata ‘Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità’ dall’UNESCO nel 2001, l’Opera dei Pupi affonda le proprie radici nella tradizione dei ‘Cuntastorie’ ereditandone da un lato il repertorio – costituito prevalentemente da narrazioni cavalleresche della tradizione del ciclo carolingio – e dall’altro la forma ciclica degli spettacoli, data l’impossibilità di rappresentare in una sola serata un’intera epopea cavalleresca.

Questo meccanismo riusciva ad incatenare il pubblico che non aspettava altro che tornare l’indomani per scoprire il seguito del racconto.

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(fonte: flickr – Luigi Strano)

Nella seconda metà dell’Ottocento, l’Opera dei Pupi assunse una funzione sempre più educativa.                              I valori, le aspettative e la volontà di riscatto del popolo siciliano – da secoli sottomesso – incontravano la visione del mondo offerta dai racconti dei paladini di Carlo Magno. L’incontro tra queste due realtà, quella dei siciliani e quella dei paladini, trova la sua incarnazione in Peppininu, la maschera siciliana che pupari e pubblico affiancarono sapientemente agli eroi paladini dando così un posto di rilievo alla voce del popolo. Durante lo spettacolo, gli spettatori potevano addirittura dividersi in fazioni, a seconda che si immedesimassero più in un pupo o in un altro. 

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(fonte: Museo dei pupi Siracusa)

Il primo Novecento fu sicuramente l’età d’oro dell’Opera dei Pupi. Le marionette venivano realizzate con cura sempre maggiore e il cartone fu abbandonato a favore del legno. Le vesti, sempre più preziose e sgargianti, andavano a rivestire queste marionette che potevano arrivare fino a un metro e trenta di altezza, come nel caso dei pupi catanesi. 

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(fonte: inchiestasicilia.com)

Lo spettacolo dei pupi prevede che i ‘manianti’ reggano i pupi stando su di un ponte chiamato ‘u scannappoggiu mentre poggiano i piedi sulla ‘faddacca’ , un’asse di legno praticabile sospesa a circa un metro da terra. Il maniante muove le marionette rimanendo nascosto al pubblico da quinte, cieli e fondali. Nella tradizione catanese, il maniante non coincide mai con il parlatore, che è invece colui che dà la voce alle marionette – ‘u parraturi o ‘ a parratrici a seconda che presti la sua voce a personaggi maschili o femminili.