ControVerso al Catania Film Fest: Day One

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Durante la prima delle 4 serate del 7° Catania Film Fest – Golden Elephant World, tenutasi presso il multisala Lo Po di Catania, è stato proiettato il film di Raffaele Verzillo, “Senza Fiato”.

La pellicola è stata preceduta dalla proiezione del cortometraggio “Sono Un Supereroe”, del quale offriamo un breve commento:

Si parla di un uomo, uno come tanti, che all’improvviso, dopo aver perso il lavoro, precipita in un circolo vizioso, quello del gioco d’azzardo. Tormentato dai propri demoni interiori e ormai asservito al gioco, il personaggio interpretato da Nino Giuffrida (qui nella duplice veste di regista e attore) subisce un profondo mutamento, che trova il suo culmine proprio nel giorno del 10° anniversario di nozze con la moglie.

L’idea di base è molto buona, molto forte e, soprattutto, spaventosamente attuale. La ludopatia è uno dei temi principali del corto, ma non è l’unico. Infatti, anche il tema della violenza domestica si fa sentire a gran voce. 

‘Sono un Supereroe’ mette in scena una storia vera, reale, forse più di quanto ci aspetteremmo, e riesce sicuramente ad avere un forte impatto sullo spettatore. L’unica pecca sta in un minutaggio eccessivamente breve che non offre uno sguardo maggiormente introspettivo sul protagonista principale. Il tema, come già detto, è molto attuale e, purtroppo, non capita raramente di sentir parlare di improvvisi exploit di follia che, come un fulmine a ciel sereno, colpiscono tutti i tipi di famiglie. Il punto è che, al di là delle notizie riportate dai tg o dai giornali, c’è sempre un processo che culmina, poi, nel sopra citato exploit. 

Ed è proprio questo il tassello che manca a ‘Sono Un Supereroe’: si giunge alla conclusione in una maniera troppo affrettata che non offre le dovute spiegazioni allo spettatore, lasciandolo disorientato. 

Nonostante ciò, il corto ha comunque il pregio di riuscire nel suo intento, lanciando un messaggio in modo chiaro e diretto, e, soprattutto, di godere riprese ed inquadrature davvero suggestive, segno, questo, di una regia che non punta al mero diletto ma alla realizzazione di un prodotto che presenti tutti i canoni del linguaggio cinematografico.

Torniamo adesso a ‘Senza Fiato’ di Raffaele Verzillo.

Trama: Michele e Anna aspettano una bambina, ma lui è preoccupato perché al lavoro stanno licenziando quasi tutti. Alessandro ha un Master in Economia ma non riesce a trovare un impiego nonostante i numerosi colloqui. Anche Livia, la compagna di Alessandro, è disoccupata e deve arginare le intemperanze della madre Luciana, che dopo l’abbandono del marito si è consegnata all’alcool. Il padre di Carla è ricoverato al pronto soccorso per un collasso cardiaco e non si riesce a trovargli un posto o una cura decente. E Matteo, il fratello di Michele, è un matematico senza lavoro la cui depressione lo sta portando al suicidio: dunque decide di andare in giro a chiedere se esista una ragione, in questo mondo che “fa schifo”, per non compiere quel gesto definitivo e perché, soprattutto, non ha alcuna voglia di accontentarsi.

C’è un’amarezza disarmante nel momento in cui Michele (Fortunato Cerlino) suggerisce al fratello, Matteo (Antonio Friello) di “accontentarsi”. Questi è un personaggio che, sin dall’inizio della storia, viene visto come l’anello debole, quando, in realtà, è l’unico che fa i conti con se stesso; che si interroga su quello che gli sta succedendo. E mentre gli altri non fanno altro che trascinarsi, tra la paura e lo sconforto, in quel circolo vizioso che ormai è diventato “l’esistere”, che non è più vivere ma semplicemente un trascinarsi avanti, Matteo è l’unico che vorrebbe trovare una motivazione per non togliersi la vita. È una figura particolare la sua; ci sono questi momenti, tra una scena e l’altra, dove corre a perdifiato, riflettendo, magari, sull’esistenza che conduce e, parallelamente, regalando allo spettatore degli intervalli in cui, a sua volta, può concedersi un momento per riprendere fiato e riflettere su ciò che sta vedendo. 

L’accontentarsi è un tema ricorrente in tutto il film. Ci sono pochi personaggi che scelgono di non farlo e un vivido esempio lo offre il personaggio di Alessio (Vincenzo Alfieri), che decide di partire per Londra e cercare fortuna, ergendosi, così, a rappresentante di tutti quei giovani che, magari istruiti e con un curriculum invidiabile, lasciano il proprio paese perché, in fin dei conti, “Pure se sei diplomato non conosci nessuno”. Una frase, questa, pronunciata all’interno della pellicola, caratterizzata da un grande senso di rassegnazione. C’è solo il vuoto in questo film, un vuoto presente all’interno di ogni personaggio ma che, prima di tutto, sovrasta il mondo e la società in cui essi vivono. 

Non c’è speranza in questa pellicola di Raffaele Verzillo. È tutto inerme, morto, grigio. E questa condizione viene enfatizzata, a livello visivo, dalla monocromia che caratterizza l’intera pellicola. Nel film non ci sono colori, così come nei personaggi. Il tutto è connotato da un senso di amarezza profondo e costante; palpabile dall’inizio alla fine del film. Perché in Senza Fiato i protagonisti sono gli ultimi, gli invisibili. Quelli di cui veniamo a sapere qualcosa solo quando commettono un gesto estremo; quando è troppo tardi. Ad un certo punto, una figlia chiede al padre: “Come ti senti?”. “Stanco”, risponde lui. E viene da chiedersi se questa sia solo la risposta di un uomo anziano ricoverato in ospedale o se, piuttosto, egli non si stia facendo, in quel momento, portavoce di quegli invisibili sopra citati, stanchi, ormai, di condurre un’esistenza priva di qualunque gioia e dolcezza e stanchi, soprattutto, di essere messi da parte. 

C’è, infatti, una critica molto forte nei confronti delle istituzioni, che hanno abbandonato queste persone, questi invisibili. Quegli stessi invisibili che perdono il lavoro, che non riescono più ad andare avanti e si ritrovano ad accettare qualunque mansione pur di portare il pane a casa. Ed è da sottolineare come questa critica assuma quasi i toni di una vera e propria invettiva che non risparmia nessuno, nemmeno la religione. Quest’ultima, infatti, non ricopre alcun ruolo; è un vuoto simulacro che non sortisce più alcun effetto; ridotta, ormai, ad una serie di frasi fatte del tutto inutili. 

Un altro elemento che salta all’occhio è il sesso, o meglio, il ruolo che gioca nella pellicola: non c’è una sola scena in cui vediamo i personaggi fare l’amore; c’è solo il sesso. Un rapporto meramente fisico; un rimedio per distrarsi. 

È curioso, poi, vedere uno spazio, brevissimo, dedicato ai desideri. Tutti abbiamo dei desideri, tutti guardiamo quell’abito in vetrina che tanto vorremmo comprare e sfoggiare e anche in un mondo, in un’esistenza, in bianco e nero dovrebbe essere lecito avere dei desideri. Ma qui no, qui non è concesso. E la mano di una giovane donna riporta “alla realtà” la madre facendole comprendere che, ormai, è inutile sognare. Sono proprio i sogni quelli che mancano in questo film. 

Da elogiare Fortunato Cerlino, che riesce a lasciarsi del tutto alle spalle il personaggio di Pietro Savastano, il ruolo che l’ha reso celebre in Gomorra. Il suo Michele, infatti, non ha nulla a che vedere con Don Pietro. È un personaggio “debole”, che prova paura; è un uomo comune, uno degli invisibili. Ad un certo punto, però, Cerlino, forse volutamente, lascia uscire Pietro Savastano; c’è, infatti, uno sguardo forte, intenso, che tutti i fan di Gomorra riconoscerebbero e la cosa interessante è il vederlo, piano piano, scomparire per lasciare il posto ad una pacifica stretta di mano e un sorriso amaro. Perché Michele non è un potente boss della malavita; Michele è un uomo come tanti. Una sequenza, questa, davvero interessante, volta, probabilmente, ad enfatizzare maggiormente che la provincia di Caserta non è solo devastata dalla criminalità organizzata e dai “fuochi” inquinanti ma è anche popolata da storie di vita quotidiana, i cui principali protagonisti sono uomini comuni, cittadini di un mondo, e di una società, che li ha dimenticati.

Ci si sente vuoti e arrabbiati, mentre si guarda Senza Fiato.

 “Anche se tutto fa schifo, è troppo facile scappare”. Ma fino a che punto questa frase può trovare un riscontro reale in mezzo a questo mondo invisibile che il film di Verzillo porta sullo schermo?

 

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Vito Damigella

Vito Damigella, 22 anni. Sognatore di professione, personal trainer, filmaker indipendente e amante della settima arte.

Diplomato presso il Liceo Classico "C. Marchesi", porta avanti la sua passione per il cinema sul suo canale youtube "VStudios" in qualità di regista, attore, doppiatore e sceneggiatore; mentre, nel tempo libero, prosegue gli studi in ambito universitario.