La Dolce Vita

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È una storia, quella che Federico Fellini mette in scena, che narra, in primis, il degrado morale della società mondana e, soprattutto, quello del protagonista, Marcello Rubini (Marcello Mastroianni), che, pian piano, forse consapevolmente, forse no, inizia a sprofondare in questo inferno che è La Dolce Vita, una vita che di “dolce” ha ben poco”, attraverso una narrazione scandita da episodi che parrebbero richiamare una serie di gironi danteschi. Marcello è un personaggio che subisce una profonda trasformazione, diventando, a poco a poco, della stessa pasta di quegli individui che segue e spia tramite i suoi paparazzi. E forse se ne rende conto. E sta qui il bello. Perché la sequenza finale sulla spiaggia, dove le parole non servono, dove sono le espressioni a parlare e dove domina il frastuono delle onde, è puro cinema; è arte all’ennesima potenza. Lo sguardo di Marcello, rivolto a Paola (Valeria Ciangottini), regala dei momenti indimenticabili di amara rassegnazione. Una scena potentissima che non si può non amare.

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In questa pellicola non c’è spazio per rapporti veri; nemmeno quello tra Marcello e il padre lo è. I due sembrano complici, ridono, scherzano…Ma, ormai, hanno un rapporto di circostanza. Marcello, forse, vorrebbe parlargli ma non ce la fa e questo non è altro che uno dei numerosi tasselli che contribuiranno al suo tracollo. Non c’è spazio per rapporti veri, soprattutto, non c’è spazio per l’amore. O meglio, ci potrebbe essere ma non c’è. L’amore, quello puro, potrebbe essere rappresentato da Sylvia (Anita Ekberg); dal momento che si crea tra lei e Marcello nella Fontana di Trevi. “Marcello! Come Here!”, lo chiama lei. Sylvia è un po’ come una rappresentazione angelica; una donna che, forse, ha poco a che vedere con la dolce vita in cui Marcello pian piano sta sprofondando. Ed è significativo il fatto che lui la incontri solo all’inizio di questo suo viaggio verso l’inferno, perché si trova ancora in una fase in cui potrebbe permettersi di “salvarsi” e non precipitare. Marcello sfiora a mala pena Sylvia, è questa la cosa interessante. Proprio all’inizio del film lo vediamo andare a letto con Maddalena (Anouk Aimée) in una sequenza che ha ben poco di romantico e poi Sylvia non la bacia nemmeno. “Tu sei tutto…” le sussurra all’orecchio mentre ballano, regalandoci un’immagine forte della sua visione di quella donna, paragonata ad un luogo sicuro, ad una casa. E ci sono momenti in cui ci si chiede se Sylvia sia reale o se faccia parte di un qualche costrutto di fantasia.

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Tra i due si “consuma” un rapporto molto platonico, molto dolce; un rapporto che non ha nulla a che vedere con tutti quelli che il film mette in scena. Il momento in cui Sylvia entra nella Fontana di Trevi e lo invita ad unirsi a lei è forse il momento più onirico di tutto il film. C’è da dire, comunque, che l’intera pellicola è pervasa da uno spirito quasi “favolistico” (quello di una favola nera però). Ma la sequenza nella fontana riesce ad essere ancora più surreale e sembra quasi, per un attimo, di dimenticare tutta l’amarezza che circonda lo spirito della pellicola. L’alchimia che si crea tra i due personaggi è fenomenale; Marcello vorrebbe toccarla, vorrebbe baciarla ma non lo fa. Forse per pudore, forse per rispetto, non si sa. “Sylvia, ma chi sei?”, le domanda, enfatizzando ancora di più l’atmosfera di quella splendida sequenza. Poi, però, il sogno finisce. E Sylvia va via. E Marcello ripiomba nel vortice che lo consumerà pezzo dopo pezzo. Quello con Sylvia è il primo momento in cui il protagonista vacilla e sembra essere sul punto di desistere; il primo momento in cui potrebbe “fuggire” da quello stile di vita in cui si sta pian piano immergendo. 

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C’è poi un altro momento, nel film, in cui il personaggio di Mastroianni appare desideroso di scappare da quel vortice infernale e, stavolta, sembra quasi chiedere aiuto, come se fosse consapevole di essere arrivato in un punto in cui non riuscirebbe a tirarsene fuori da solo. La sequenza in questione precede di poco il finale del film: Marcello si trova ad una festa, una delle tante, e, ad un certo punto, si siede al centro di un enorme sala vuota e ascolta Maddalena che gli parla da un punto remoto della casa, da cui, tramite un gioco di echi, può comunicare con lui senza vederlo. Il modo in cui viene costruita la scena è fantastico: “Io stasera penso di volerti molto bene”, dice Marcello a Maddalena. E qui notiamo il personaggio vacillare nuovamente; un personaggio che, in fondo, non è realmente parte di quel mondo malato, fatto di una mondanità esagerata, e che è in cerca di una scappatoia. (Magari anche lui, come Ted Mosby, cercava un ombrello giallo). Ma l’inquadratura su Maddalena si allarga fino a mostrare la presenza di un altro uomo che, ad un tratto, inizia ad amoreggiare con lei. E Marcello rimarrà solo nel silenzio assordante di quel salone spoglio. E non la vedrà più e, ormai arreso, si lascerà andare totalmente, perdendo sé stesso. 

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Un elemento caratterizzante di tutta la pellicola di Fellini è il ballo. In ognuno di questi “episodi” di cui si è parlato, c’è una danza; c’è un momento dedicato al ballo. E può trattarsi di momenti dolci e “romantici”, come quello tra Marcello e Sylvia; può trattarsi di momenti di puro diletto con una punta di erotismo, come quello a cui assistono Marcello e il padre, o, ancora, di momenti caotici e “disturbanti”, come quello che scandisce la festa finale; il momento che segna il passaggio del protagonista “all’inferno”; il momento che precede la conclusione, prendendo la forma, con un climax ascendente, di uno show circense, con Marcello a capo di tutto; in una sequenza dai toni esagerati, sopra le righe, grotteschi. Il ballo, quindi, non fa altro che scandire la discesa agli inferi del protagonista; una discesa danzata, in punta di piedi.

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‘La Dolce Vita’, è un’opera che andrebbe vista più di una volta e che ha un impatto fortissimo sullo spettatore. Fellini mostra, sin dall’inizio della pellicola, che la sua sarà una visione “dall’alto”. Nella sequenza d’apertura, infatti, 2 elicotteri sorvolano la città; uno trasporta una statua di Cristo con le braccia aperte, mentre un altro, Marcello con il paparazzo. La cosa interessante è che questo “sguardo dall’alto” risulta molto più immersivo di quanto di possa credere. 

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I dialoghi presenti nella pellicola non sono affatto didascalici e futili, anzi, tutto il contrario. Sono studiati nei minimi particolari e ci sono molti momenti dialogici eccezionali come quelli già citati con Sylvia e Maddalena ma, sopra tutti, spicca il “dialogo” finale sulla spiaggia, in cui, l’ultima espressione di Marcello Mastroianni, regala uno dei momenti più intensi di tutto il film. Forse è meglio rassegnarsi. È questo il significato cui tende quell’espressione. Nel volto di Marcello c’è tutta la consapevolezza del suo degrado morale e anche una profonda rassegnazione. Paola e il suo sorriso, invece, rappresentano, forse, l’ultimo barlume di purezza; una purezza che Marcello non può o, più semplicemente, non vuole raggiungere. Forse perché non crede di meritarla; forse perché, in fin dei conti, sta bene come sta. C’è una “dolce amarezza” nella consapevolezza di Marcello e tutto ciò che Fellini ha raccontato viene sintetizzato in questa spettacolare sequenza in cui le parole non servono. E anche se Paola urla per farsi sentire, allo spettatore non importa sapere cos’ha da dire perché gli sguardi parlano da sé. Paola saluterà Marcello, lui andrà via, e la telecamera indugerà un attimo su di lei prima che la scena si chiuda. C’è qualcosa di molto dolce ma anche di tremendamente amaro in questi ultimi momenti. E nel sorriso di Paola, poi, potrebbe anche celarsi una forma di perdono, un qualcosa di strettamente connesso alla religiosità. Siamo a Roma d’altronde e, in un contesto, come quello del film, in cui la religione è stata “dissacrata” e ridotta ad un evento, a qualcosa su cui speculare, interpretare quel sorriso, e quel saluto, come un perdono o una benedizione, può essere plausibile. Perché la presenza di Paola, lì, su quella spiaggia, è quasi assimilabile ad un’apparizione angelica (tra l’altro è lo stesso Marcello a paragonare la ragazza ad un angelo la prima volta in cui la incontra). 

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È un film vecchio, ‘La Dolce Vita’, sì, ma, paradossalmente, pur avendo di fronte una pellicola degli anni 60’ uno spettatore amante della settima arte, seppur neofita, non riuscirebbe mai annoiarsi. Anche quei momenti “silenziosi” (e ce ne sono tanti), in cui i personaggi non parlano, non riescono a risultare pesanti. E la dimostrazione di ciò è proprio quella sequenza finale di cui sopra. Tutto funziona alla perfezione anche quando sono semplicemente gli sguardi, i rumori, le musiche o i gesti a parlare. È questo che fa de ‘La Dolce Vita’ il capolavoro che è stato e che rimarrà sempre.

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Vito Damigella

Vito Damigella, 21 anni. Sognatore di professione, filmaker indipendente e amante della settima arte.

Diplomato presso il Liceo Classico "C. Marchesi", porta avanti la sua passione per il cinema sul suo canale youtube "VStudios" in qualità di regista, attore, doppiatore e sceneggiatore; mentre, nel tempo libero, prosegue gli studi in ambito universitario.

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